Il ponte romano di via Antiniana (stazione metro Salvator Rosa)


L'antica via Antiniana collegava Neapolis a Puteoli "per colles", arrampicandosi sulla collina del Vomero e poi riscendendo verso l'attuale Fuorigrotta.  Come ricorda il GAN, la strada partiva dalla Porta Cumana di Neapolis, in corrispondenza dell'attuale piazza San Domenico Maggiore, saliva l'attuale via Tarsia fin su verso piazza Mazzini e via Salvator Rosa, via Conte della Cerra, per salire verso l'attuale zona nota come Antignano (che da via Antiniana prende il nome) e scendere verso Pozzuoli attraversando l'attuale via Belvedere e la Canzanella fino a via Terracina, per seguire l'attuale via provinciale San Gennario, passare accanto alla Solfatara ed entrare nell'antica Puteoli per l'attuale via delle Vigne.   Lungo il percorso sono tanti i reperti archeologici da ammirare e visitare, come ad esempio le terme romane di via Terracina.  All'interno della stazione metro della linea 1 di Salvator Rosa è conservato un importante reperto archeologico: un ponte romano che faceva parte dell'antica via Antiniana.  Restaurato dopo secoli di degrado (era stato anche inglobato in altre costruzioni nel corso dei secoli e modificato per diversi usi), quel che resta del ponte di via antiniana è l'ennesima dimostrazione della solidità degli assi viari degli antichi romani.    Va ricordato che all'antica via Antiniana "per colles" fu poi aggiunta una via più rapida, nata per scopi militari,che sfruttava la crypta neapolitana, realizzata nel I sec. a.C.dal celebre Cocceio.







 Da qui seguiva l'attuale via provinciale San Gennaro e, fiancheggiando la Solfatara, entrava in Puteoli per via delle Vigne

Uno spaccato da palazzo Sansevero fino a via del Sole e Caponapoli


Uno spaccato che taglia il centro antico di Napoli, fra i tre decumani: dalla cappella di Sansevero (sulla destra in foto) su fino ad intravedere Sant'Aniello a Caponapoli, in quella che era l'acropoli dell'antica Neapolis.  Le strade ritratte nella fotografia scattata da palazzo Sansevero sono via Raimondo de Sangro di Sansevero e via del Sole.

La casina vanvitelliana, un gioiello in mezzo al lago di Fusaro


La casina vanvitelliana, simbolo del real sito borbonico del Fusaro, fu progettata da Luigi Vanvitelli e completata sotto Ferdinando IV dal figlio Carlo nel 1782. Nato come luogo di caccia, la casina è giustamente uno dei simboli di Bacoli e degli interi campi flegrei, con la struttura a più ottagoni sovrapposti e con l'eleganza unica data dal progetto tardobarocco di Luigi Vanvitelli  cui si aggiungono influssi neoclassici legati all'opera di Carlo Vanvitelli. 
Gli interni, per quanto si siano persi buona parte degli arredi originali, sono da visitare. 
Durante la passeggiata sul lago di Fusaro ho anche fotografato (al volo) un airone bianco minore in volo. 
Da novembre 2015, con l'arrivo di Josi Gerardo della Ragione come sindaco di Bacoli, è cambiata la gestione della casina vanvitelliana.   Per accedere alla casina bisogna pagare un biglietto di ingresso di 3 € ed all'interno della struttura vi sono delle guide turistiche pronte a dare spiegazioni ed a organizzare una breve ma interessante visita guidata della struttura.  Maggiori informazioni su orari di apertura ed eventi sulla pagina facebook









Il sacello degli augustali: a Bacoli un edificio romano abitato da anatre


I Campi flegrei sono una continua scoperta, un'incredibile ed unica mescolanza di meraviglie paesaggistiche e reperti archeologici di grande importanza. 
Fra questi il sacello degli augustali non è certamente fra i più conosciuti.  Realizzato in epoca giulio-claudia e modificato in età antonina (metà II sec d.C.) il sacello, un edificio dedicato al culto degli imperatori, fu distrutto a fine II sec d.C. e rimase dimenticato e nascosto fino al 1967, anno della scoperta archeologica.  Come sottolineato sul sito dei beni culturali campani, furono diverse le statue rinvenute, attualmente collocate all'interno del museo archeologico dei campi flegrei.  L'edificio è parzialmente sommerso dalle acque di una falda acquifera, fenomeno probabilmente legato al bradisismo. Come si nota dalle immagini, sono diverse le anatre che abitano nella zona archeologica.


La piscina mirabilis: fra Miseno e Bacoli la più grande cisterna d'acqua d'epoca romana


Piscina Mirabilis: è questo il nome che i studiosi diedero nel XVII secolo alla enorme cisterna romana di Miseno. Non una cisterna comune per l'acqua potabile, ma quella probabilmente fu la più grande cisterna mai costruita dagli antichi romani, interamente scavata nel tufo, alta 15 metri, lunga 70 e larga 25, con una capacità di 12.000 metri cubi d'acqua potabile a servizio della flotta imperiale romana ormeggiata a Miseno, la Classis Misenensis, prima flotta dell'impero per numero di navi.  L'imponente piscina mirabilis, divisa in cinque navate dai quarantotto enormi pilastri, era la perfetta conclusione di un'opera architettonica titanica del I sec d.C., l'acquedotto romano del Serino che partendo dalla località dell'avellinese portava l'acqua per 96 km fino a Napoli, a Pozzuoli ed a tante altre città romane, oltre che servire la flotta militare di stanza a Miseno. Ancora oggi a Napoli sono visibili alcuni pezzi dell'antico acquedotto: i famosi "ponti rossi" ne sono un esempio, ma un parte di condotta è visibile anche all'interno del parco vergiliano ed un piccolo pezzo è stato scoperto di recente all'interno della Sanità.  Seguono foto scattate durante la giornata FAI di primavera 2016. Le due fotografie scattate all'esterno della struttura riguardano gli ambienti posti alla sinistra dell'ingresso attuale alla cisterna, che dovevano essere di servizio alla cisterna stessa: uno di questi conserva un pezzo di pavimento originale.  
La piscina mirabilis è visitabile previa prenotazione e, come riporta il sito dei beni culturali campani (che riporta numeri di telefono e orari), per visitarlo bisogna contattare una signora che è l'assuntore di custodia.




Napoli, fotografie al tramonto che fanno idealmente tornare indietro nel tempo


Tutti amano fotografare il lungomare di Napoli. Al tramonto poi, quando il cielo dietro Posillipo diventa un caleidoscopio di colori, in tanti si fermano a scattar foto con qualsiasi supporto, dallo smartphone alle macchine fotografiche professionali. Può capire anche di imbattersi in chi attende che venga ultimato lo scatto di un... banco ottico.  Con tutta probabilità l'apparecchio fotografico riportato in fotografia è un prodotto recente, ancorché in legno (sono diversi i produttori di banchi ottici a prevedere modelli non in metallo bensì in legno), guardando la foto però è bello immaginare che quell'apparecchio fotografico  abbia ripreso a scattar foto di Napoli dopo chissà quanti lustri... 

Palazzo Serra di Cassano: le foto e la storia di un luogo simbolo della repubblica napoletana del 1799


Palazzo Serra di Cassano è uno dei palazzi monumentali di Napoli progettati dal grande architetto Ferdinando Sanfelice nella prima parte del XVIII secolo.  La configurazione è quella classica dei palazzi del barocco napoletano: portone d'accesso, cortile con grande arcata centrale d'accesso alla scalinata monumentale. Vi sono altre scale secondarie, un secondo cortile ed un secondo portone d'ingresso.  Proprio lo scalone è forse l'elemento più celebre e di maggior pregio, anche se non ad ali di falco come altri celebri di Sanfelice (palazzo Sanfelice e l'attribuito palazzo dello Spagnuolo ) e merita una serie di scatti fotografici, anche con fish-eye.  Palazzo Serra di Cassano è però celebre per altri due motivi: è la sede dell'Istituto Italiano di Studi Filosofici, fondato oltre 40 anni fa da Gerardo Marotta e soprattutto fu protagonista delle vicende del 1799. Il portone principale del palazzo, in via Egiziaca a Pizzofalcone, che guarda verso palazzo Reale, fu infatti chiuso nel 1799 in segno di lutto dopo la decapitazione avvenuta in piazza Mercato nell'agosto di quell'anno di Gennaro Serra di Cassano, figlio del principe.  Il portone fu riaperto solo 200 anni dopo, in occasione del bicentenario della repubblica napoletana. Fotografie scattate durante la passeggiata dal Vomero al Chiatamone organizzata dal gruppo COnosciamo Napoli e la Campania, i cui percorsi fotografici son già stati pubblicati su diarionapoletano: Napoli Obliqua: il Petraio e Napoli Obliqua: da Pizzofalcone a Chiatamone.





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