Happy family, ultimo lavoro di Gabriele Salvatores, racconta in maniera irreale la genesi di un film attraverso le parole e le idee di uno sceneggiatore in erba. Lo spettatore, già pochi minuti dopo l'inizio, comprende che il film che sta guardando altro non è che quello che il protagonista, interpretato da un bravo Fabio De Luigi, sta faticosamente completando al computer, un film la cui trama è ancora avvolta in parte nella nebbia e che viene interrotta dai dubbi e dai ripensamenti dello sceneggiatore. Più volte la pellicola pare interrompersi a causa delle pause di riflessione di chi sta scrivendo la trama, più volte sono gli stessi protagonisti del film ad uscire dal computer ed a cercare di comprendere quale direzione stia prendendo la pellicola... Fra la narrazione primaria, incentrata sulla figura dell'autore, e quella riguardante il film vero e proprio, i punti di incontro sono diversi ed a un certo punto le due storie sembrano curiosamente mescolarsi, creando un senso di incertezza in chi guarda, preso a comprendere dove il regista - quello vero - voglia andare a parare.
Piacevole è la fotografia e l'ambientazione, dato che in ogni scena, in ogni stanza, è dominante una tinta, un tono, un colore, che avvolgono pareti e suppellettili, personaggi ed animali. La Milano descritta da Salvatores, nei non rari momenti in cui la città stessa diventa protagonista del film per immagini e suoni, è una metropoli multiculturale e multirazziale, piena di persone indaffarate a svolgere i più svariati lavori, fra il grigiore dei mezzi di trasporto immersi nella nebbia ed i colori dei tanti locali situati sui navigli, una città con tanti pregi e tante contraddizioni.